KLEB BASKET REWIND – Tre anni di emozioni biancazzurre – Capitolo 1

KLEB BASKET REWIND

Tre anni di emozioni biancazzurre

 

– CAPITOLO 1 –

 

 

Che notte, quella notte.

Fred Buscaglione non ha mai visto una partita di basket, forse. Ma…che notte, quella notte, avrebbe cantato.

Anche questa notte. Sono passate da poco le 23. Il Palasport si è svuotato. C’è un silenzio innaturale, tanto forte da assomigliare a un sibilo, all’eco residua di uno sparo, a un ronzio, tanto è forte, quel silenzio. Fino a mezz’ora fa, qua dentro, era il finimondo. Grida, cori, imprecazioni, incitamenti, sospiri, il cigolio stridulo delle scarpe sul parquet, il fruscio delle retine, le sirene, le fischiate, le esultanze, le proteste e le maledizioni sputate fuori da gole in fiamme. Poi, poi basta. Tutto finito. Una processione lenta, cupa, delusa è sciamata fuori dall’impianto. Erano a migliaia, con le facce scure e lo sguardo basso. Ci contavano. Ci credevano. Alcuni ne erano pure certi. Amen. Stanno chiudendo adesso, ed è fin troppo tardi. Qui, fino al prossimo ottobre, non si gioca più e nessuno aveva voglia di restare ancora.

Nessuno, beh, quasi. In un angolo buio del Palasport, si spalanca una porta. Il raggio di luce che ne esce all’improvviso è una fucilata, stampa un fascio iridescente sulla parete opposta, come un film che inizia a sorpresa dentro a un cinema vuoto, in uno spettrale gioco di ombre cinesi. E sono grandi, sempre più grandi, le ombre, quelle che varcano la soglia dello spogliatoio, sono gigantesche. Le voci che le accompagnano, le voci di quelle ombre, sono una marea che cresce, un’onda capace di spazzare via tutto. C’è chi ride, chi scherza, chi canticchia, chi saltella battendo ritmicamente la mano sulla spalla del compagno che lo precede. E c’è anche chi fa decisamente il cretino, ma tutto è concesso e ne vale la pena, questa sera. Poi quelle ombre imponenti abbandonano il muro, la porta dello spogliatoio si richiude, il fascio di luce sparisce, inghiottito nuovamente dal buio, come un sogno alla prima sveglia. Il Palasport è di nuovo silenzioso, nero e triste. Triste, beh, quasi. Fuori, la festa continua. C’è un manipolo di eroi, gente che si è sciroppata centinaia di chilometri, ansie, gioie e magoni, e per anni, per la sua squadra. Anche oggi. Gente che domattina andrà a lavorare senza aver dormito un minuto, gli occhi gonfi e lividi, la testa che sembrerà piena di cotone fradicio e inzuppato, ma dentro al cuore ancora tanta felicità da offrire il caffè a tutti i colleghi. Sembrano reduci, a vederli così, ma sono felici e si stringono con un calore che non può capire chi non tifa, chi non vive queste passioni. Chi non è mai stato a una partita di basket. Quando si accorgono che sono usciti i loro eroi, li avvicinano, sembrano poter risucchiare nel loro gruppo quei giganti vittoriosi, in un unico abbraccio, caldo e rassicurante. Quello della vittoria, quello che segue una vera e propria battaglia.

Poco più in là, ci sono altre sagome scure, sparse nel parcheggio e nel nero della notte. C’è il presidente, c’è il vice presidente, qualche giornalista. Tutti parlottano fitto, mitragliando raffiche di commento e mezze esultanze rabbiose. Come i tifosi, sono euforici e non riescono proprio a smettere di raccontarselo a vicenda. In fondo al piazzale, appena più in disparte, c’è un’altra figura. Cammina avanti e indietro, senza dire nulla, e in quei passi pare quasi voler scaricare la tensione accumulata. O forse, vuole semplicemente godersi il momento. Per lui, questa, è una serata speciale. Sta prendendo una decisione importante e quello che è successo sul parquet lo ha definitivamente convinto. Non avrebbe mai immaginato finisse in questo modo. Fino a qualche mese fa, lui, non conosceva ancora l’emozione della palla a spicchi, la passione di uno sport che sa entrarti sotto la pelle e diventare un vero e proprio morbo. Una sana dipendenza. E non poteva sapere che il suo futuro si sarebbe legato a Ferrara, a quei matti che ora saltellano intorno ai giocatori.

Ma è proprio qui e questa sera, che tutto comincia.

È qui e questa sera, che la storia cambia strada, accelera e riparte.

È qui e questa sera, che inizia un capitolo nuovo e intenso della pallacanestro biancazzurra

È il 9 maggio 2018, il giorno della quinta partita di un’estenuante serie di ottavi di finale play-off.

Sul tabellone, dentro al palazzo buio, lampeggia ancora un risultato quasi a sorpresa: Scafati 79 – Ferrara 90. Francesco D’Auria smette di solcare il parcheggio, avanti e indietro. Si unisce al gruppo dei dirigenti. Poi, semplicemente, sorride.

Questa è una notte davvero speciale, allora. Speciale, come il Kleb.